Biofarmaci, Eritropoietine e biosimilari

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aggiornamento luglio 2010

Nefrologi e oncologi chiedono un tavolo di lavoro sui biosimilari

Un tavolo di lavoro comune sui farmaci biosimilari tra Istituzioni sanitarie, associazioni mediche, pazienti e aziende produttrici. Il tutto per arrivare ad approvare in tempi brevi una legge che regoli l'utilizzo di questi medicinali, copie non identiche di prodotti biologici e per questo non automaticamente sostituibili come i farmaci generici. E' quanto hanno chiesto l'Associazione italiana di Oncologia Medica (AIOM) e la Società Italiana di Nefrologia (SIN) in occasione del seminario “La conoscenza dei farmaci biosimilari”. Attualmente all'ordine del giorno della commissione sanità del Senato vi è il testo presentato dal senatore Cesare Cursi, che mira ad apportare nuove disposizioni in materia di farmaci biosimilari. "Nel dibattito su questo argomento - ha detto Alessandro Balducci, segretario nazionale SIN - è opportuno che vi siano linee guida emanate dall'Agenzia italiana del farmaco (AIFA), in accordo con le società scientifiche, il cui rispetto è fondamentale per scoraggiare il comportamento più disparato delle Regioni". Il 94% degli oncologi e l'85% dei nefrologi ritiene sempre più' urgente la creazione di un tavolo di lavoro sui biosimilari e si trova in accordo con la normativa in materia già approvata in alcuni Paesi europei. Il tutto anche in vista della prossima scadenza di numerosi brevetti su biofarmaci e del conseguente arrivo sul mercato di molti nuovi prodotti biosimilari

il testo presentato dal senatore Cesare Cursi,

aggiornamento dicembre 2009

 

Regione Campania Decreto Commissariale n. 15 del 30.11.09 “Piano di contenimento della spesa farmaceutica ospedaliera. Riferimento Punto 7 Deliberazione 24.7.09”.

(Punto 3 pag. 10) “tutti i medici prescrittori, all’atto della prescrizione di farmaci biologici, dovranno prediligere i farmaci biosimilari, a parità di indicazioni terapeutiche e modalità di somministrazione dei farmaci biologici stessi, con un obiettivo di risparmio medio per costo terapia di almeno il 40%. I Medici prescrittori motiveranno la diversa scelta terapeutica con apposita scheda/paziente, da trasmettere, preferibilmente on-line, mensilmente al Nucleo di controllo dell’appropriatezza”.

 

10 dicembre il Forum Nazionale interviene

Il testo del decreto

21 dicembre la FIR interviene

l'approfondimento AIFA 2008

approfondimento EMEA 2009


I farmaci biosimilari sono di ultima generazione e rappresentano una grande speranza per il futuro. Abbiamo deciso di approfondire l’argomento con il Dottor Benedetto Ronci, Ematologo clinico dell'Azienda ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma.

Da oltre 25 anni l’armamentario terapeutico di alcuni importanti settori della medicina quali l’oncologia, la nefrologia, l’ematologia ed altri ancora, si sono arricchiti di una nuova famiglia di farmaci denominati BIOFARMACI. Tali presidi terapeutici sono attualmente irrinunciabili per la cura di molte patologie gravi e potenzialmente letali. Dei biofarmaci, infatti, fanno parte alcuni ormoni, quali l’insulina e l’ormone della crescita, molti antitumorali innovativi, oggi ampiamente utilizzati sia per la terapia dei tumori solidi come quelli del polmone e della mammella, sia per il trattamento dei tumori del sangue e del sistema linfatico e i cosiddetti “FATTORI DI CRESCITA” tra cui l’ERITROPOIETINA o, meglio, l’ERITROPOIETINE, dal momento che in Italia sono disponibili in commercio tre tipi di eritropoietine (Epo): L’Epoetina alfa, L’Epoetina beta e la darboepoetina. Queste ultime sono utilizzate per la terapia dell’anemia nei soggetti con insufficienza renale cronica, (sia quelli in trattamento dialitico che tutti gli altri), e tuttora  rappresentano l’indicazione terapeutica principale, avendo migliorato significativamente la sopravvivenza e, soprattutto, la qualità di vita di questi pazienti.

Ma che cosa sono i biofarmaci?

Come traspare dal termine, si tratta di grosse molecole di natura proteica, assai complesse, prodotte “biologicamente” ossia non da procedimenti di sintesi chimica, ma da vere e proprie cellule viventi attraverso delicate e costose tecniche di ingegneria genetica. Per esempio, in generale, le eritropoietine vengono prodotte da cellule ovariche di criceto dopo che nel loro DNA, che possiamo immaginare come una sorta di “carta”carbone delle proteine, è stata inserita l’informazione genetica, lo “stampo”, per la sintesi di questo ormone: le cellule di criceto, così “modificate”, sono in grado di produrre in idonei terreni di coltura, eritropoietina in quantità praticamente illimitata. Questo è sostanzialmente il segreto industriale dei biofarmaci, noti anche come prodotti biotech in quanto derivati da processi biotecnologici. Dal 1982, anno in cui fu messo in commercio il primo prodotto biotecnologico (l’insulina umana ricombinante), sono attualmente più di 200 i biofarmaci commercializzati in Nord America, Europa, Australia e Giappone e sono in corso di sperimentazione oltre 300 biotech per la cura di molte patologie gravi. E’ evidente, quindi, che si tratta di una importante famiglia di nuovi farmaci in rapida espansione proprio in virtù della loro riconosciuta efficacia terapeutica. Ma anche il peso economico di questi farmaci è importante. Secondo dati forniti dall’AIFA (L’Agenzia Italiana del farmaco), la spesa per i prodotti biotech nel 2007 è stata di 1,6 miliardi di euro pari al 37% della spesa totale ospedaliera che è stata, nell’anno in questione, di 4,6 miliardi di euro.

Ma nel frattempo che cosa è successo?

E’ successo che i biofarmaci di cosiddetta prima generazione, cioè quelli messi in commercio alla fine degli anni ottanta, tra cui l’Epo alfa e l’Epo beta, hanno perduto la copertura brevettale. Infatti dopo 10-15 anni dalla messa in commercio di un prodotto biotech, il brevetto decade e, pertanto, l’Azienda produttrice perde l’esclusività. Questo, allora, permette ad altre aziende, la produzione e, dopo autorizzazione da parte della Commissione europea, la messa in commercio a costi competitivi, cioè a relativamente più basso costo rispetto al biofarmaco originale, di “nuovi” prodotti biologici che L’EMEA, ovvero l’Agenzia Europea per la valutazione del farmaco, ha giustamente definito BIOSIMILI o BIOSIMILARI, in iferimento ad un prodotto biotech già autorizzato dalla comunità europea.

Perché biosimili?

Perché questi prodotti NON possono essere UGUALI al biofarmaco originale in virtù della intrinseca unicità di ogni processo biologico. Per meglio chiarire questo fondamentale punto, è necessario tenere presente che la produzione di un prodotto biotecnologico si sviluppa attraverso complesse e delicate fasi che è impossibile riprodurre in 2 stabilimenti biotecnologici diversi, poiché le linee cellulari che vengono utilizzate come sorgente di una determinata molecola crescono, nel terreno di coltura, generando ceppi diversi nei diversi laboratori dando al prodotto finale una sorta di “imprinting” biochimico specifico. Il prodotto finale cioè potrà avere caratteri simili ma non uguali al biofarmaco originale di riferimento.

Se i biosimilari sono simili, ma non identici ai biofarmaci di riferimento che si può dire della loro efficacia terapeutica e, soprattutto, della loro sicurezza?

In altri termini ci si può accontentare, sotto il profilo della efficacia terapeutica e, soprattutto della sicurezza per i pazienti, che un prodotto biotecnologico sia “soltanto” simile ad un corrispondente biofarmaco originale la cui efficacia e sicurezza sono consolidate da molti anni di utilizzo? Bisogna, infatti, tener presente che, al momento, non esiste un test analitico in grado di verificare preliminarmente ed esaustivamente se due prodotti biotech, provenienti da due diverse linee di produzione, abbiano gli stessi effetti terapeutici e/o gli stessi effetti collaterali. Quindi è possibile che un biosimilare possa non solo non funzionare esattamente come il biosimilare di riferimento, ma può costituire un potenziale rischio di nuovi ed imprevedibili effetti collaterali, sollevando così molte perplessità relativamente alla sicurezza. Per questi motivi l’EMEA ha stabilito che per i biosimilari, ai fini della cosiddetta autorizzazione all’immissione in commercio (AIC), sono indispensabili preliminari ed adeguati studi comparativi con i prodotti biotech di riferimento, sia di tipo farmacologico ma, soprattutto, di tipo clinico in modo da dimostrare con sufficiente robustezza, un analoga efficacia terapeutica ed una altrettanta sicurezza per i pazienti. Inoltre, dopo l’eventuale approvazione e commercializzazione, è richiesto che quel prodotto venga inserito in una “lista di monitoraggio intensivo” ovvero di farmacosorveglianza per almeno i 2 anni successivi alla messa in commercio.

Ma nei fatti come stanno andando le cose in Italia? Ci sono in Italia i farmaci biosimilari?

Il nostro Paese ha assunto un atteggiamento ragionevolmente prudente, sebbene biosimili siano già disponibili da tempo in alcuni paesi europei come la Francia, la Germania e la Spagna mentre negli USA nessuna molecola ha ancora avuto l’approvazione. In Italia fino alla fine del 2008 era presente un solo farmaco biosimilare, il GH (l’ormone della crescita) mentre tutt’ora non vi sono biosimilari in campo oncologico. E’ solo da quest’anno che hanno avuto la commercializzazione in Italia alcuni biosimilari dell’eritropoietina alfa. Più precisamente sono state approvate dalla commissione europea 5 epoetine biosimilari. Abseamed, Binocrit ed Epoetina alfa Hexal che sono versioni biosimilari del prodotto di riferimento Eprex. Due addizionali versioni biosimilari di Eprex , Retacrit e Silapo pur avendo come referente l’Eprex, sono indicate invece con il nome di eritropoietina zeta. In realtà eritropoietine biosimilari sono disponibili in Croazia e Romania e, soprattutto, già da alcuni anni sono in commercio in molti paesi dell’ Asia e del Sud-America (India, Corea, Iran, Vietnam, Thailandia, Filippine, Brasile, Argentina, Venezuela). E’ peculiare che si tratti di Paesi a basso regime economico o in via di sviluppo che, quindi, hanno scarse risorse economiche disponibili per garantire processi produttivi di alto costo quale quelli richiesti dalla biotecnologia.

Ma allora questi prodotti sono, per così dire, sufficientemente“buoni”?

Diversi studi di confronto sono stati eseguiti sui biosimilari dell’eritropoietina. Per esempio in Brasile un analisi di 12 biosimili dell’eritropoietina prodotte da 5 ditte farmaceutiche, condotta dall’Agenzia Nazionale di Vigilanza Sanitaria (ANVISA), ha riportato che la potenza di attività tra i biosimili esaminati, variava dal 68% al 119%, c’era inoltre una sensibile variabilità nella composizione biologica e, dato preoccupante, in 3 dei prodotti esaminati venivano riscontrate contaminanti nocivi (endotossine batteriche), tanto che l’Autorità regolatoria brasiliana ha sospeso l’importazione di 2 eritropoietine alfa prodotte da una ditta faramaceutica. Una più recente analisi di 11 eritropoietine biosimilari ha prodotto analoghi risultati ed ulteriori dati preoccupanti sono emersi dall’analisi di ben 47 campioni di biosimili dell’eritropoietina prelevati da diverse farmacie di Argentina, Brasile, India, Indonesia, Iran, Giordania, Filippine, Thailandia, Venezuela, Vietnam, Libano e Nigeria che ha dimostrato numerose inappropriatezza rispetto alle specifiche della Unione Europea per l’epoetina alfa. Tali difformità possono portare a sottodosaggi o a sovradosaggi ed al rischio di effetti collaterali nocivi, imprevedibili e gravi. Bisogna quindi fare molta attenzione ed essere molto cauti in merito alla commercializzazione ed all’utilizzo di questi prodotti biologici. L’EMEA stessa ha rivisto recentemente (comunicato stampa dello scorso Agosto), le linee guida relative allo sviluppo ed all’autorizzazione al commercio di biosimili dell’eritropoietina raccomanadando per la dimostrazione dell’efficacia una durata degli studi clinici di almeno 6 mesi, sempre in comparazione con il biofarmaco di riferimento mentre per i dati relativi alla sicurezza, una durata degli studi clinici di almeno 12 mesi. E’ evidente pertanto che, sebbene in Europa l’EMEA garantisca un controllo sicuramente adeguato per quanto riguarda l’autorizzzaione alla messa in commercio di biosimili, ci debba essere da parte di tutti gli operatori sanitari un utilizzo a mio avviso oculato, prudente ed attento dei biosimili, in considerazione della imprevedibilità a lungo termine dei possibili effetti collaterali, soprattutto per quel che riguarda l’immunogenicità (con la possibilità cioè di determinare delle reazioni immunoallergiche dagli effetti biologici e clinici non prevedibili) di questi prodotti che non è assolutamente possibile testare preliminarmente e/o con studi clinici non sufficientemente ampi e di lunga durata.

 


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