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Durante
l’estate 2009, ci sono stati segnalati numerosi articoli
pubblicati nel web, aventi per oggetto la
sperimentazione del rene artificiale e, dalla loro
lettura, se ne ricavava che l’utilizzo di questo
strumento (“rene portatile”) avrebbe sostituito a breve
la terapia dialitica tradizionale. Un dato positivo,
dunque, che ha alimentato nei pazienti nefropatici, le
aspettative per una vita migliore. Come spesso accade,
però, pur di dare risalto ad una notizia, si esagera o
si sacrifica la completezza dell’informazione. Per
capirne un po’ di più ci siamo decisi a contattare il
Professor Claudio Ronco, direttore del Dipartimento di
Nefrologia, Dialisi e Trapianto dell’Ospedale San
Bortolo di Vicenza, col quale ci siamo incontrati il 19
ottobre. Il professore, tra l’altro, era reduce dal
Congresso Nazionale della Società Italiana di Nefrologia,
dove ha letto una relazione proprio su questo tema.
La
macchina di cui parliamo si chiama Wereable Artificial
Kidney (WAK). Nasce da un’idea del Professor Victor
Gura del Cedars Sinai Hospital di Los Angeles ed è stata
sviluppata da ricercatori dell’Ospedale San Bortolo di
Vicenza. Ulteriori sperimentazioni sono state poi
effettuate dal Royal Free Hospital di Londra.
Professor
Ronco che cos’è il rene miniaturizzato portatile, o
cintura dializzante?
“Questa
cintura, del peso di circa 5 Kg, è un prototipo ed è
assolutamente in fase sperimentale. Per spiegarlo con
parole semplici: utilizza una pompa biventricolare che
fa scorrere il sangue all'interno di un filtro che serve
per purificarlo. Il liquido filtrato viene in parte
rigenerato da un sistema di cartucce assorbenti che
rimuovono le tossine ed in parte viene scartato
mantenendo il paziente in equilibrio idrico, l’accesso
vascolare avviene tramite un catetere vascolare,
normalmente usato oggi.

Qual è
l’idea che ha fatto nascere il progetto?
“L'idea è
quella di miniaturizzare il sistema di dialisi per
creare un dispositivo indossabile anche per 24 ore.”
La cintura
è stata già utilizzata, in via sperimentale, su dei
pazienti?
“Sì, a
Vicenza. Un primo prototipo è stato testato per la prima
volta al mondo dando esito positivo ed il paziente,
mentre indossava il dispositivo, è stato in grado di
svolgere azioni quotidiane come, ad esempio, passeggiare
nel parco o andare al bar, il dispositivo è stato, fino
ad oggi, utilizzato da 6 pazienti nel nostro centro e da
8 pazienti a Londra per un ciclo di dialisi di 8 ore”.
Cosa
possiamo dire sui problemi che affrontate nello studio
della macchina?
“Sono
molte le difficoltà da superare per arrivare a un
prodotto utilizzabile su vasta scala. È necessaria una
ingegnerizzazione delle componenti, oggi realizzate in
buona parte artigianalmente, e uno sviluppo complessivo
del dispositivo per renderlo facilmente indossabile per
lungo tempo. Ad oggi non possiamo prevedere quando potrà
essere realizzato industrialmente e quindi utilizzabile
dai pazienti, né possiamo prevedere quali atri canali di
ricerca può creare per risolvere singoli problemi che
oggi si vivono in dialisi. Sicuramente, però, la ricerca
per una dialisi migliore, che superi l’attuale metodica
deve essere portata avanti”.
Ma la
ricerca ha dei costi, con quali finanziamenti può essere
sviluppata?
“Oggi
operiamo con finanziamenti privati. Speriamo, però, che
dal Ministero della Salute, dalle autorità
amministrative, si accorgano della ricerca tutta
italiana e predispongano dei finanziamenti con fondi
pubblici italiani o dell’Unione Europea, affinché il
progetto possa progredire. Speriamo anche che i mondi
della solidarietà, della ricerca e dell’industria si
uniscano per accelerare il processo di sviluppo.
Attualmente, l’Associazione Amici del Rene di Vicenza
raccoglie fondi per questo scopo”.
Gli
articoli di questa estate hanno suscitato attesa e
speranza: cosa possiamo dire a quanti aspettano di
vedere i risultati nella pratica?
Il limite
immediato allo sviluppo, come detto, è dato dalla
carenza di fondi. Ma il mondo della ricerca ha un dovere
morale nei confronti dei pazienti in dialisi. Il dovere
di proporre e studiare nuove soluzioni anche se molti
problemi sembrano oggi insormontabili. Come telefoni e
computers hanno ridotto le loro dimensioni, come i
pace-makers sono diventati così piccoli da risultare
impiantabili, così il rene artificiale di oggi potrà
vedere le proprie dimensioni ridursi progressivamente
fino a diventare indossabile. Va sicuramente dato un
messaggio chiaro, non si facciano inutili trionfalismi e
non si creino false aspettative. La tecnica è ancora
sperimentale e non sarà disponibile commercialmente
molto presto”.
(pubblicata su TI INFORMO
... settembre ottobre 2009 realizzata a Vicenza il 19
ottobre 2009 da Roberto Costanzi e Vincenzo Orazzo)
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